Quella casa iniziò a subire fenomeni di transgenderismo dalla mia entrata. Fino ad allora infatti ci avevano abitato quattro donne, una se ne andava e io le subentravo. Le tre donne che rimanevano, tra parentesi, erano le migliori amiche della ragazza con cui bazzicavo da un annetto, o con cui avevo una relazione complicata come si dice ora, e alla mia frase “mannaggia in casa con le tue amiche mi tocca” davanti a lei e Maruska, era seguita una loro reazione scomposta. Non avevano capito che non era questione di disapprovazione, ma di paura.

Ma comunque la convivenza andò bene, e il fenomeno di transgenderismo inaugurato da me continuò per anni e con diversi avvicendamenti di genere. Anche il sesso e gli amori non mancarono per fortuna, ma non ci furono orge, almeno a quanto ne so io che non potevo sapere sempre cosa succedeva nelle varie camere.

Qualcuno però iniziò a farsi idee strane, e il mio sospetto è sempre stato che quelle idee strane siano nate proprio da quando la casa aveva iniziato ad essere mista. L’appartamento era sito al sesto piano in zona stazione e faceva parte di un’impressionante muraglia articolata di cemento, a forma di quadrilatero, che occupava un intero isolato, quattro vie di cui una era il viale e l’altra un parco pubblico ricettacolo di tossici. Un centinaio di appartamenti coordinati da un unico portiere con il gabbiotto al centro del casermone, l’unico lui che poteva avere il polso di quelle centinaia di esseri umani e dei loro problemi. Si chiamava Primo, sintomaticamente.

La mattina scendevi e incontravi colletti bianchi che entravano e uscivano dalle banche e dagli hotel, bar apparecchiati per le pause pranzo veloci con nomi da esotismo metropolitano tipo New York Cafè, macchine strombazzanti ferme al semaforo. La sera tardi invece prostitute in attesa del marito italiano medio, tossici che sgattaiolavano verso il parco, sbirri fermi accanto alla loro gazzella che non si sapeva mai quale malavita erano stati chiamati ad inseguire.

Ma il casermone e le strade attigue erano popolate soprattutto da anziani. Singoli e coppie di ottantenni o giù di lì che erano stati parcheggiati da qualcuno o da se stessi in quel nonluogo abitativo e che passavano il tempo, soprattutto le donne, facendo su è giù con l’ascensore per andare a spendere gli spiccioli di pensione nei negozi vicini, gli unici luoghi sociali che erano abilitati a frequentare. Non andavano mai in vacanza, né in gita fuori porta, li vedevi sempre lì che attraversavano lentamente il cortile sconfinato o parlavano con il portiere o aspettavano l’ascensore. Quando scendevamo con l’ascensore dal sesto e arrivati al quarto o al terzo c’era il posto di blocco, sapevamo che era la fine.

“Ma è un meridione lei?”

“Sì, signora”

“Ma quanti siete in casa?”

“Quattro, signora”

“Ah, quattro, pensavo di più…”

La diffidenza nei nostri confronti era evidente ma risaputa per noi. Nessuno di noi aveva mai vissuto tranquillo nemmeno in passato circondato, nonostante la laica e libertina Bologna, da famiglie mononucleari o dai loro resti, che non sopportavano che qualcuno si divertisse al posto loro. Avemmo l’accortezza di non organizzare festini oceanici, di non eccedere nei bagordi notturni, almeno non spesso, ma la nostra vita la vivevamo, maschi o femmine che fossimo tornavamo all’alba se c’era da tornare all’alba, soli o con qualcuno, o capitava che qualcuno all’alba uscisse da casa nostra e se ne andasse via, se decideva che non era quella la casa dove doveva rimanere a dormire quella notte.

“È un continuo quest’ascensore, ma com’è possibile, ad ogni ora della notte”

“Signora ma cosa le interessa dell’ascensore, perché non dorme invece?”

Che la diffidenza fosse diventata aperta ostilità mi fu evidente dopo circa un paio d’anni dalla mia entrata. Ma non me ne preoccupai. Il contratto ce l’avevo io, in casa c’erano sempre persone fidate, con l’Agenzia c’era un rapporto più che cordiale e versavamo puntuali ogni mese la quota fissa alla banca sotto casa sul conto del proprietario, il quale aveva voluto incontrarmi solo ad inizio del contratto e mi aveva solo chiesto “non portatemi black bloc in casa”, dato che in quei giorni l’emergenza televisiva era quella. Era un ricco avvocato stronzo bolognese, aveva i dollari che gli uscivano dalle orecchie e probabilmente era stato imprigionato anche lui nel casermone in un lontano passato, ma ora era libero, ora dimorava in qualche verdeggiante via San Mamolo fuori dalla calca alienata. Nel rancore delle vecchie signore verso di noi doveva entrarci, seppur inconsciamente, anche l’invidia nei suoi confronti.

La situazione precipitò all’arrivo di una missiva da parte del proprietario che conteneva le seguenti ammonizioni:

“Sono costretto, dopo ripetute segnalazioni di rumori molesti provenienti dall’appartamento di cui Lei è conduttore, a chiederLe di attenersi scrupolosamente alle regole condominiali, onde evitare di dover incorrere alle vie legali”

Pensammo alle chitarre e agli altri strumenti, alle cene, alla musica o alla tv ad alto volume, ma non ci venne in mente nulla che giustificasse un’azione del genere nei nostri confronti. Moderammo ulteriormente il nostro stile di vita, ma dopo qualche settimana arrivò direttamente la chiamata del proprietario che era stato nuovamente allertato a causa del nostro degenerato comportamento. Non sapeva che farci, “sono quelle solite vecchie che non hanno altro a cui pensare”, mi diceva per telefono, ma lei comunque è responsabile, stia attento.

Sapevamo delle signore agguerrite con un cazzo da fare che seminavano zizzania, in particolare quella del quarto piano, sapevamo anche di voci che erano iniziate a girare ed erano passate ovviamente anche da Primo. Maruska alle prime avvisaglie ci era andata una volta da Primo e aveva fatto un cazziatone campano che aveva sentito tutto il quadrilatero. Per un po’, un anno circa, funzionò da rappresaglia per tenerle buone, ma quando poi lei se ne andò e aumentò il numero di maschi in casa, le guerriere dell’ascensore tornarono all’attacco. E finalmente capimmo chiaramente qual’era la grande accusa: in casa nostra si facevano le orge.

Del resto, chi non ha mai fatto un’orgia nella sua vita? Di certo noi sì, noi degenerati studenti o post-studenti che condividono bagni e cucine, accalcati nelle camere promiscuamente, probabilmente drogati, oltre che terroni naturalmente, o stranieri o vichinghi. Mica venivamo ricordati per i milioni di euro che regalavamo alle casse della Fondazione Carisbo ogni anno, o alla borghesia cittadina palazzinara, quello certo no. Né tantomeno per il culo che ci facevamo per condurre un’esistenza dignitosa, e magari anche socievole e sostenibile, nei pochi metri quadri vitali di spazio che ciascuno si poteva permettere.

Che poi a me la sola parola orgia mi faceva girare le palle. Il pensiero che, se anche avessimo avuto voglia o ci fosse capitato di fare l’amore in più di due, e che venissimo per questo subito accostati ai trenini notturni di Emilio Fede, lo stesso che le mattine successive ai trenini riempiva di merda moralista i cervelli delle povere vecchie, le quali mi incontravano poco dopo in ascensore – il pensiero di tutto questo insomma chissà com’è mi ha sempre fatto girare vorticosamente le palle.

Decisi di affrontare di petto il nemico. Andai al piano di sotto e suonai il campanello. Non era l’appartamento più pericoloso – la capobanda era come detto ancora più in giù, al quarto piano – ma era quello che giaceva esattamente sotto al nostro, abitato da una coppia di distinti anziani piccolo-borghesi. Mi aprì la donna ma alle spalle intravidi anche il marito che avanzava in pantofole verso la porta, in mezzo a muri in tutto simili a quelli di casa nostra, ma con una freddezza e una tristezza intorno che rendevano quella casa lontana anni luce dalla nostra. Sebbene in mezzo ci fossero solo pochi centimetri di cemento. Anche loro due mi diedero subito un senso di tristezza e infelicità, non di aggressività.

“Buongiorno signora, sono il ragazzo che abita qui sopra di voi. Mi hanno detto delle vostre lamentele, ma noi stiamo cercando di non fare rumore…”

“Ah guardi, io non ce la faccio più, io soffro d’ansia, non dormo più la notte, è diventato un incubo”

“Ma com’è possibile, sono mesi che non stiamo più facendo cene, nemmeno suoniamo più dopo le nove di sera”

“Guardi io ve lo devo dire, non è il modo di comportarsi in appartamento. Voi sarete anche bravi a suonare, il sassofono che si sente è anche bello, ma la notte no, la notte le persone civili dormono”

“Signora ma noi non suoniamo di notte, sarà successo in passato ma ormai sono mesi che non teniamo nemmeno la televisione ad alto volume, e voi continuate ad attaccarci”

“Senta” intervenne il marito con un tono pacatissimo “voi siete giovani e avete diritto a divertirvi, ma qui non è questione di cene, qui succedono cose strane…”

“Io non riesco a dormire, ho l’ansia, l’ansia!” lo interruppe la signora

“Si curi, signora, non può impedirci di vivere per la sua ansia!” risposi irritato

“I carrelli, ci sono i carrelli!”

“I carrelli?”

“Trasportate delle cose, ogni sera, non si capisce che cosa…”

“Ma che sta dicendo signora, è impazzita?!”

“Sì li sento anche io” lui “si sentono continuamente delle ruote di notte, come se fossero dei carrelli con sopra dei pacchi!”

“Ma a me sembra assurdo quello che state dicendo!”

“E poi i tacchi, i tacchi a spillo, tutta la notte delle donne con i tacchi che camminano proprio qui, sulla mia testa, e non riesco a dormire, ho l’ansia…”

“Donne con i tacchi?!” questa mi sembrò ancora più assurda dei carrelli, conoscendo il tipo di calzature che indossavano le mie coinquiline e le nostre amiche

“Sì tutta la notte, chissà cosa fate mio Dio!”

“Ma signora si calmi, non facciamo nulla di strano!”

“E poi alla fine, all’alba, ogni mattina, lo sparo!!!”

“Lo sparo!! Oddio ma cosa dite?”

“Sì un colpo forte, uno sparo!”

“Cosa le devo dire, lo sento anche io” aggiunse sospirando l’uomo che se da un lato confermava l’assurda ricostruzione di sua moglie, dall’altro nutriva qualche dubbio sull’interpretazione che ne dava, e forse vedendomi così sconvolto i dubbi su sua moglie e sulla sua accolita di guerriere dell’ascensore iniziavano a farsi più consistenti

Del resto lo scenario era veramente apocalittico. Fiumi di cocaina trasportati ogni notte al sesto piano su carrelli, puttane d’alto bordo che popolavano la nostra casa, orge e sesso fino allo sfinimento, traffici loschi vari e regolamenti di conti notturni. Questo il film che si girava ogni notte nelle menti delle famiglie di ottantenni che abitavano il casermone bolognese vicino alla stazione.

Ma come avviene a volte che un’idea ti salva la vita quando pensi di essere perduto, a me venne l’illuminazione decisiva che mi fece capire tutto. Fu un lampo di genio che mi visualizzò un altro film, quello vero.

“Scusate un attimo. Ma qual è la vostra camera da letto?”

“È quella guardi, quella lì dopo la cucina”

“Ok ok, aspettate un attimo, vi mando subito il diretto interessato”

Tornai a casa e chiamai Alberto, che a quell’ora del pomeriggio, le quattro circa, aveva appena finito di pranzare e prendersi il caffè. Gli dissi che i signori di sotto avevano bisogno di parlare con lui per i rumori che arrivavano ogni notte dalla sua camera. Fu un po’ contrariato ma gli feci capire che non c’era scampo stavolta, la pezza dei vecchi toccava anche a lui, anche se non era il “conduttore”.

Stette via più di un’ora, nella quale io rimasi solo e frastornato a pensare a cosa stesse succedendo, all’assurdità di tutto questo, alla casa, al casermone, alla città in cui stavo vivendo. A noi, ai vecchi buttati nelle gabbie di cemento. A quello che quei due stavano dicendo ad Alberto, e se avremmo trovato una soluzione. Infine sentii Alberto aprire la porta e gli andai incontro. Era di buon umore:

“Bé com’è andata?”

“Bene bene”

“Come bene? Che ti hanno detto?”

“Ma niente erano preoccupati per il rumore, ho detto che da ora in poi starò più attento”

“E i carrelli?”

“Sì, parlavano dei carrelli, ma ho promesso che non sposterò più di notte la poltrona a rotelle, almeno cercherò di ricordarmi. Ma poi non sono solo io, è anche la porta scorrevole della cucina, lo fate anche voi”

“Sì vabbé ma hai capito che quelli credono che abbiamo il traffico di donne e droga in questa casa? Ti ha detto dei tacchi a spillo?”

“Sì mi hanno detto, è colpa di quel cazzo di parquet divelto della mia camera, io ci cammino mentre ripeto e quello scricchiola”

“Ma devi per forza passeggiare mentre studi?”

“Mi aiuta a concentrarmi, c’ho diritto privato tra venti giorni, e poi saranno cazzi miei se voglio studiare di notte?”

“Ma glie l’hai spiegato?”

“Sì sì come no, ma alla fine sono anche stati carini, mi hanno offerto il tè”

“Addirittura…”

“Poi quando hanno saputo che studio Giurisprudenza mi hanno proposto di fare l’amministratore di questo condominio”

“Non hanno vie di mezzo questi…”

“Ma sì sono brave persone…”

“Sarà. Ah senti, ma lo sparo cos’era invece?”

“Ah lo sparo…è che io quando finisco e vado a letto tiro giù la tapparella che va dura, con un colpo solo. Sì in effetti fa un bel po’ di rumore”

“Specie alle cinque di mattina!”

“Oh che vuoi io a quell’ora smetto”

Non durò molto di più. Ci salvammo dall’arrivo della Buon Costume ma non potevamo resistere a lungo contro le anziane guerriere. Ne avrebbero trovate altre e altre ancora, fino a quando non avrebbe trionfato il bene, cioè la normalità, il sacro verbo che questa città ha ricominciato a professare.

Ce ne andammo via dopo un anno, in cerca ognuno di normalità meno orrende del casermone. Ma con un pezzo di cuore e il ricordo di cinque anni di vita e di mille persone lasciato in quell’appartamento borderline.

L’appartamento delle orge.

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5 pensieri riguardo “Del resto chi non ha mai fatto un’orgia

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