Non so quanto abbia ancora senso questo raccontino.

Non lo so nel senso che vorrei capirlo. Vorrei capire quanto quello che dieci anni fa aveva ancora  un territorio di scontro tra una maggioranza e una minoranza – e oggi è territorio deserto – sia veramente risolto. O se è solo sopito, ridotto al silenzio, come tante libertà che vengono annullate e sembra non siano mai esistite.

La libertà di essere altrove

Ps.: la resistenza, per quanto mi riguarda, durò fino al dicembre 2007 

Non detti (2003)

 

“L’innesto violento tra tecnologia e comunità vivente è così rapido da impedire qualsiasi narrativa coerente della vita collettiva.”

Enzo Scandurra

Alla fine mi sono buttato a terra, sulla terra, appoggiato al muretto di cinta, a guardare le femmine e i maschi che passavano. Erano quasi le quattro mi sembra, se avevo esagerato nel bere sicuramente avevo già smaltito, e mi piaceva stare lì a guardare e non partecipare, con l’arietta notturna di agosto e il fresco che emanava la campagna. Avevo perso tutti. Anzi, forse non mi ricordavo nemmeno con chi ero arrivato lì, sicuramente mi ricordavo con chi ero stato, e alla fine li avevo persi perché queste feste di fine estate vanno sempre a finire così.

A seguire il vento come tira, con gli odori di quelli ca sta ‘rrustenu (la carne) e gli altri aromi di quelli ca sta ‘rrullanu (le canne), e in mezzo varie e diversificate quantità di corpi umani seminudi, giovani vecchi e fanciulle, che vagano e ballano e scuotono i pareo variopinti al ritmo dei tamburi e delle chitarre.

Ma adesso, a quest’ora, non dico che tutto era finito, però che vuoi, alle quattro uno deve pure fermarsi un attimo, specie quelli che questa festa l’hanno organizzata, e sono un po’ di anni ormai che la organizzano così, e ogni anno sempre più popolata e di successo, e quasi ci viene da pensare due cose, o decidono di farsi soldi e sputtanarla, come tante altre attività ludiche e ricreative della nostra terra negli ultimi lustri, o non la organizzano più l’anno prossimo, e buonanotte.

Anzi, mò che mi ricordo, nel mio raggio visivo ci sono proprio gli organizzatori e i loro compari e le comari, che poi sono quelli che frequentano tutta l’estate questo fondo con casa rurale annessa. Un po’ mettono a posto, un po’ girovagano facendo finta di mettere a posto, un po’ si ramazzano gli ultimi esangui pezzi di anguria facendo finta di gironzolare e passare lì per caso e invece ‘sta la spiranu quiddhra anguria, e tra parentesi pure io la stavo spirando, che pure alle quattro di notte di fine agosto qua da noi la gola si secca.

Che relax, penso. Voglio stare qui seduto poggiato al muretto per qualche altro giorno e qualche notte, e ogni tanto mi alzo e rivado a vedere che succede.

“Ah eccolo…” sento che qualcuno dice dal fondo del brusìo, qualcuno di conosciuto

“…eccolo dove stava” sottolineano altre voci con fare trepidante e ancora schizzato dall’ebbrezza festaiola tipicomeridionale

“uèi, che c’è?” rispondo

“non ti trovavamo, ti eri perso, che stavi facendo? che stavi pensando? com’è che stai qui solo? stai bene?” dice Ivan

“sì sto bene, mi stavo ddhrafriscando. Voi invece?”

“siamo stati a mangiarci le ultime cozze che ha cacciato l’Ottavio, ‘ccè bbone, perché non sei venuto?

“perché stavo qua”

“eh, sempre che vuoi fare il tipo, vane, non sai che ti sei perso!” mi dice Quirino mentre nel frattempo mi sollecita le braccia le gambe e le altre membra del corpo adagiate al loro amato muro di cinta a quest’ora.

Nel frattempo si appoggiano anche loro, formiamo un piccolo gruppetto seduto che è piacevole farci parte a quest’ora della notte, con la mezza luce che ci illumina trapassando i pergolati e le agavi. Ci sono anche i due Zizzari rimasti fino a quest’ora, Tonio ed Elena, ci sarebbe anche Matteo di Torino, il moroso della Zizzari, che però non ha intenzione di fermarsi, prima dell’alba almeno no di sicuro. Quirino è l’unico rimasto in piedi, perché è troppo ansioso per stare seduto rilassato così, si deve sempre guardare intorno e soprattutto alle spalle, non sia mai gli passa qualcosa o qualcuna di notevole e se la perde, non sia mai.

“Crài ‘ccè facimu?” dice prima che gli altri si perdano in soffuse chiacchiere notturne troppo soft per i suoi gusti e che non quagliano niente

“boh?!?” in coro

“facimu quarcheccòsa” si spiega “oggi sono stato a Sichilì tutto il giorno, mannaggia, a fine settimana torno a Lecce, andiamo a qualche parte bbella di mare crài, prima che ne vado”

“dove possiamo andare?” dice Elena “sull’Adriatico magari, che non ci andiamo da un po’ di tempo. Che pure io mo’ parto per Torino mannaggia, che non siamo ricchi come te Ivan che c’hai la casa a Otranto e ti fai le vacanze serie. Noi se non ci organizziamo…”

“…mmè, vidi se vai, fessa” dice il ricco amico proprietario terriero in zone marine.

“quasi quasi” mi è venuta in mente la proposta indecente da dare in pasto al pubblico dibattito “quasi quasi si potrebbe…”

“tu non farti mai trovare quando vai in giro, sai!?!” accusa l’amico ansioso dalla sua postazione eretta “oggi tutto il giorno ti ho cercato quando sono uscito dal meccanico”

“non mi hai trovato perché stavo a Sant’Andrea” reclamo “e dicevo, quasi quasi…”

“era ora cu tti faci nu cellulare!”

“dicevo: si potrebbe partire appena svegli, ce ne fottiamo di mangiare, specie se passiamo dall’alimentari di strada a Frassanito e ci facciamo i panini e ci prendiamo la frutta dagli alberi suoi…”

“ma a che ora ci svegliamo domani?” bisbiglia qualcuno giustamente dubbioso. Come sempre in questi casi, l’aschia tenebrosa della mattina estiva, dopo notte di bagordi, ostacola i virtuosi avventurieri marittimi, giovani che avrebbero l’energia e tanta carne da esporre sulle spiagge assolate di prima mattina, e invece si ritrovano alle due meno un quarto di pomeriggio a mangiare la fettina di cavallo come colazione in mezzo alla famiglia, che di solito si è già fatta la giornata di mare e adesso è alla frutta

“potremmo fare che chi vuole o chi riesce va prima, e poi gli altri…”

“sì, ma a te come ti troviamo che non hai il cellulare?” riaccusa l’amico mangiatore di cavallo

“embè?” mi difendo “vi faccio uno squillo da una cabina in caso e vi dico dove sto, o ci mettiamo d’accordo da adesso, no?”

“e ‘nnu te faci lu cellulare, li morti tua” dice Tonio affettuosamente

“non è giusto che tu puoi trovare gli altri e gli altri non possono trovare te” dice simmetricamente e malinconicamente Quirino

“guarda che io ce l’ho ma lo uso pochissimo, sta quasi sempre spento” dice Elena inserendosi. Il discorso si è ravvivato, la guerra si è aperta, l’accusa è fondata. “No, ma io ti capisco, sai? Matteo per esempio neanche ce l’ha, o meglio: ce l’ha ma non se lo porta mai appresso, non lo sa neanche usare, non è cosa per lui, ma lui è scigliato, lo vedi com’è, perde tutto e se se lo portasse dietro perderebbe anche il cellulare”

“appunto, e io così sono. Mi sono perso di tutto nella vita, figurati se non me lo perderei pure io.”

“ma vale la pena di correre il rischio, pensa ai vantaggi…”

“non mi interessano i vantaggi, non è solo questo il motivo per cui non me lo prendo.” La guerra è entrata nel vivo, finalmente il peccatore si sta rivelando.

“seee, non ti interessa, vane va’!”

“no, sentiamo: perché sei contrario?”

“già, perché?”

“perché…no, innanzitutto non ho detto che sono contrario, ho detto che non lo voglio, e non l’ho mai voluto fino ad ora perché non ne ho sentito l’esigenza…”

“vabbè ma ce l’hanno tutti ormai!” mormora Ivan con voce paterna

“il telefonino non è più uno status symbol” cantilena ridendo Tonio e a me mi viene di tirargli in faccia la terra rossa umida che c’ho tra le mani, se non si toglie dalla faccia quel sorriso sornione del cazzo

“non capisco perché ostinarsi su questa scelta…”

“ma non è una scelta cristo, non ho scelto io di non avere il cellulare, avete scelto voi di averlo, voi l’avete comprato o ve l’hanno regalato o ve lo siete fatto regalare, io ho vissuto sempre senza e non mi sembra una cosa strana, mi sembra che sono sempre io…”

“no, non è così” mi ferma Elena

“perché?”

“perché nel momento in cui tutto un sistema decide di muoversi verso qualcosa, verso un’innovazione, se non lo segui e ti tiri fuori fai una scelta precisa, controcorrente”

“ed è sbagliato, no?” faccio del sarcasmo grossolano

“ma non è questo” dice Ivan, “è che…ti perdi tante cose. C’è tutto un linguaggio che è nato adesso, con gli SMS, c’è un gergo, non so come dirti, si comunica così, tutto passa dai messaggi, emozioni intorti comunicazioni…”

“eh sì, mannaggia mia, sono proprio infelice, ma chi me l’ha fatto fare a vivere senza fino a mo’?” adesso voglio solo farmi odiare

“ma ti fa male, ti vengono le malattie se non ti prendi il cellulare” dice Ivan per sdrammatizzare e smorzare lo scontro

“mi sa tanto il contrario…” rispondo amaro

“non è giusto cazzo” rincara Quirino “ti rendi conto? Io oggi sono uscito dal meccanico alle quattro, volevo andare a mare e non sapevo con chi, Tonio e gli altri stavano già tornando, se tu avevi il cell…”

“ma sono problemi tuoi Quirino! Sono cazzi tuoi! Io non mi posso condizionare la vita controvoglia perché tu non sai con chi uscire, io non lo voglio proprio per questo, perché te li rovina i rapporti personali…facendoti credere che è bello essere sempre collegato con tutti e con tutto non fa altro che condizionarti. Ti fa perdere il senso dell’avventura, non vai più da nessuna parte se prima non hai chiamato al cellulare qualcuno che sta già sul posto e ti dice com’è, è l’invenzione più stronza che esista”

Ormai vado a ruota libera, voglio uccidere: “se uno ha problemi relazionali, se non riesce a parlare con gli amici, con le persone, il cellulare non te li risolve questi problemi, però ti fa sapere sempre tutto, ti tiene informato sulle contingenze, con chi sta quello, che sta facendo quell’altro, come procede la fiera del niente, ecc…ma il dramma vero, e di cui voi non vi rendete conto, è che i nostri problemi di comunicazione stanno crescendo paurosamente, la nostra capacità di parlare di noi stessi agli altri, di affidarci spiritualmente a qualcuno, di sentire qualcosa insieme, sta svanendo, e il cellulare è il simbolo della buffonata di società che stiamo formando: credi di avere tanti amici e in realtà sei sempre più solo!”

Ecatombe. Un minuto di silenzio in memoria.

“è vero questo” dice Elena “ma non so quanto c’entri questo con il cellulare, sono problemi più grandi, comunque è vero quello che dici…”

“tu che dici, Quirino?” dice Tonio dopo un altro minuto di silenzio

“Mmah, nu ‘ssacciu, io so che oggi volevo andare a mare…”

“sì dài, io sono d’accordo con Marco. Anzi, sono contento che non abbia il cellulare, alla fine ognuno fa quello che vuole e bisogna rispettarlo. E poi, Quirino, c’ha ragione lui, sono problemi tuoi se non lo trovi, non suoi…non lo puoi condizionare se lui non vuole, devi accettare i tempi delle persone, magari uno vuole stare da solo o per i cazzi suoi, con altre persone, non gli interessa di farti sapere dove sta e che sta facendo in quel momento, e non vuol dire che non ti vuole o non ti stima. Sono cose che capitano a tutti, credo, fa parte dei bisogni di ognuno…”

“sì ma poi io non è che non voglio portare Quirino al mare con me, ma ci sono tanti altri modi che ti condizionano di meno, ci si mette d’accordo prima. In fondo, possibile che vi sembri così strano quello che si faceva pochissimo tempo fa, come facevamo prima, solo coi telefoni di casa?”

“sì, ma tu vuoi fermare il progresso” sentenzia Tonio dal futuro “se la tecnologia può dare un miglioramento…e poi guarda che il cellulare ha salvato anche tante vite, per esempio quello dell’anno scorso che si trovava in mezzo al mare…”

“sì, e chissà quante ne sta uccidendo con le onde elettromagnetiche…ma tanto quello non è provato ‘scientificamente’, no? guarda che io a Bologna ce l’ho di fronte alla testa le antenne, è la prima cosa che vedo quando mi alzo la mattina, la telecom se ne fotte delle leggi e le pianta dove gli pare…”

“si vede che c’è richiesta”

“è una richiesta indotta, perdìo, possibile che non te ne rendi conto?”

“ma tu non puoi decidere se è indotta o meno, se la maggioranza vuole così…”

“vaffanculo voi e la maggioranza…ma mi spiegate perché io fino a mezz’ora fa stavo bene, bello sereno e pacifico, e mò mi ritrovo coi nervi tirati a giustificarmi con voi perché per una volta non faccio il pecorone e non contribuisco a distruggere il mondo? perché? perché?”

“perché te la sei voluta, vuoi esserlo così, ti piace buttarla sempre in politica, fare discorsi ideologici, sei tu che sei indotto…”

“siete voi che siete ideologici, e dell’ideologia peggiore, quella che non si nomina mai e di cui neanche vi rendete conto!”

“il progresso non è ideologico, è di tutti”

“appunto, quello che ho appena detto”

“vabbè vabbè basta, sono le cinque, se vogliamo andare al mare domani è meglio che ci muoviamo, io vado a recuperare Matteo…”

Mi ricordo che ci siamo alzati lentamente, ci siamo fatti qualche battuta beffarda ancora l’uno contro l’altro, e ci siamo avviati alle macchine. Alla fine siamo abituati a confrontarci e scontrarci, ma questa volta c’era qualcosa di pesante, qualcosa in più, o forse ero solo io che la sentivo, non so.

Magari per gli altri questo che ho riportato è stato solo uno dei tanti discorsi accesi, di quelli che si fanno verso le quattro e mezza di mattina, quando stai tutto bello pieno di sensazioni estive, di profumi e di sapori che arrivano da millenni passati, di cose che sai che ormai sono tanto fugaci quanto la durata delle nostre vacanze estive qui in terra natìa.

Forse.

Gianluca Ricciato

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