Il movimento della Decrescita, nato in Francia da qualche anno e ora ampiamente diffuso anche in Italia, sembra l’unica proposta teorica e pratica attualmente capace di mettere in discussione pacificamente il modello di vita capitalista postmoderno e ipertecnologizzato. E per questo è attaccato. Anche a sinistra, anche dentro Rifondazione.

C’è un tabù che non si può toccare all’interno dell’opinione pubblica occidentale: la crescita del PIL, cioè del Prodotto Interno Lordo, l’indice che calcola la crescita economica di una nazione. Se cresce il PIL tutti stiamo meglio, “se l’economia gira”, come ammiccava uno slogan qualche anno fa. E allora bisogna riprendere a produrre e a comprare automobili nuove, bisogna costruire nuove centrali per produrre più energia, magari anche nucleari, l’importante che sia il “nucleare sicuro” o il “carbone pulito”.

Bisogna costruire nuove infrastrutture ad alta velocità che rendano più rapidi gli spostamenti delle merci, a costo di bucare montagne piene di amianto in valli di confine già massacrate dallo sviluppo: così avremo sulle tavole l’olio spagnolo e le acque francesi, non importa se poi il nostro olio va buttato e se il mondo diventa una pattumiera di bottiglie di plastica. All’occorrenza, bisogna anche inventarsi qualche guerra, che rimetta in moto il mercato mondiale del petrolio, delle armi, dell’oppio afghano e del lavoro a basso costo nei paesi “in via di sviluppo”.

Questa che ho descritto sarcasticamente è a grandi linee l’ideologia “sviluppista”, secondo cui la crescita economica porta sempre e comunque benessere, occupazione, felicità. Ma basta prendere i dati Istat italiani degli ultimi quarant’anni, per capire che è una falsità, ad esempio perché dagli anni ’60 ad oggi i dati percentuali della disoccupazione sono rimasti pressocchè stabili a fronte di una crescita considerevole del PIL. Basterebbe questo senza addentrarsi nei danni ecologici, sociali, psichici che uno sviluppo cieco e devastante sta portando sulla Terra e nel genere umano, in cambio della comodità tecnologica (che comunque vale solo per noi occidentali, cioè il 20% della popolazione mondiale).

Ma il tabù del PIL non si tocca: se qualche giornalista televisivo si permette di farlo, viene immediatamente messo a tacere o preso per pazzo. Perché significa sradicare modelli culturali fortemente sedimentati nelle coscienze. Ad esempio, nonostante all’interno del centrosinistra, soprattutto di Rifondazione Comunista e dei Verdi ci siano degli esponenti vicini alle idee della Decrescita, o che comunque mettono in discussione il modello dello sviluppo a senso unico, arrivano spesso critiche violente e sdegnate, ad esempio da parte di alcuni economisti marxisti (il quotidiano “Liberazione” di Rifondazione è stato teatro pochi mesi fa di un acceso dibattito in questo senso).

Ma chi pratica la Decrescita? Facciamo qualche esempio: chi si autoproduce gli alimenti – pane, verdure, vino – o sceglie di acquistarli direttamente dai produttori, evitando di alimentare la distribuzione industriale (è una cosa che ad esempio da noi ha una lunga tradizione); chi lavora o pratica il risparmio energetico in generale, perché non si continui a sprecare energia prodotta con risorse critiche come il petrolio; chi “ricicla, riusa, recupera”, come dice un famoso slogan ecologista; chi sceglie di valorizzare i mezzi pubblici o ecologici rispetto alle automobili; e anche chi cerca di fare tutte queste cose ma non ci riesce fino in fondo, perché per sradicare abitudini interiori sbagliate occorrono attenzione, dedizione e lentezza, cose che troppe volte in questo mondo sembrano non esistere più. Sembrano.

Qualche indicazione italiana:

www.decrescita.it

www.decrescitafelice.it

Maurizio Pallante, La decrescita felice, Ed. Riuniti, 2005

Paolo Cacciari, Pensare la decrescita, ed. Carta – Intra Moenia, 2006

AA. VV. Disfare lo sviluppo per rifare il mondo, Jaca Book, 2005

Gianluca Ricciato

Articolo scritto per il settimanale La Pulce

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