“al nostro per sempre e ai nostri mai

alle dipendenze allo stile che ci rende noi”

Baustelle

 

Giorni un po’ magici questi, giorni di persone nuove, di sorprese. Giorni di progetti su progetti, progettare come fare nuovi progetti, e i soliti incartamenti.

Giorni senza una lira né un euro in un sottodebito da incubo se non fosse ormai una barzelletta e non covasse una folle e dolce speranza. Che ci accompagna a periodi, che va e viene.

Ieri mattina la sveglia è suonata alle sette anche se era sabato, è suonata perché alle otto del diciassette novembre c’era il raduno per il treno speciale che portava Bologna a Genova. I ritorni e le partenze, ma io ho spento la sveglia disfatto dalla sera prima e mi sono rimesso a dormire. Mi sono risvegliato a mezzogiorno e mezzo, sono andato in cucina ho acceso la radio e ho spostato la lancetta dal canale alternativo popolare che mandava musica a quello di Radio Città 103. In realtà ora si chiama Radio Città Fujiko, ma allora nel duemilauno era 103 e i nastri d’archivio che stavano mandando erano di 103.

Mi risale un brivido, quello di questi anni, del dentro e del fuori, e mille immagini di me di noi e degli altri. Il mondo che prende un senso assurdo per chi non lo condivide – “ma tu fai la cosa giusta te l’ha detto quel calore” – gli oggetti parlano di cose nuove, tutto quello che hai intorno parla, il fornello manda messaggi di ecologia profonda e le dolci memorie fuorilegge e fuorimorale sono rimaste incise sulle mattonelle degli anni ’70 di questa casa in affitto, degradata ma in un quartiere bene della città dei ciccioli. La nuova era, la nuova etica nostre assorbite e triturate dal vecchio mondo delle rappresentazioni che mentre implode su se stesso si fa il restyling facendosi chiamare “società del 2000” e intanto inventa ogni mese una nuova generazione di oggetti radioattivi, e intanto ammicca e sorride maligno alle nostre giovani facce solidali olistiche e rinnovabili perché spera che con le nostre pratiche lo manterremo in vita, spera che il nostro ordito continuerà a tessere le trame di una comunità umana disintegrata dal doppio mediatico. A patto che facciamo i bravi però, che non rompiamo troppo le palle con gli stili di vita strani e con l’occupazione delle strade.

Dovevo partire perdìo, lo so, ma non essere egoista, la tua presenza non è fondamentale, fai qui quello che non potresti fare là, condividi con chi hai intorno, contatta contagia l’ambiente di questo spirito magico che fu la tua salvezza. Che distrusse i modelli unici una volta per tutte, sei anni fa. Così ti salverai dal rimpianto di non essere partito. E dalla perdita della ragazza che stava con te in quel viaggio di sei anni fa, con cui avevi fatto tutte quelle cose che per i tuoi compatrioti sono assurdità. Ma per te sono quel folle sogno che in questi giorni sta tornando a bussarti alla porta.

Alla radio si collegano con un tipo che sta sul treno speciale partito da Bologna. Sono ancora a Modena. Mi cambia lo scenario nella mente, devo partire, posso ancora farcela. Basterebbe che qualcuno mi accompagnasse a Modena ora, ma comunque questo vuol dire che codesto treno non arriverà mai per le quattordici e trenta a Genova, se è ancora a Modena all’una, quindi hai tutto il tempo. Chiamo Elio e chiedo di Leopoldo. È già partito. Intanto appare in corridoio Cristiana, non capisco bene se ha dormito qui ma comunque dà per scontato il fallimento dei nostri propositi di ieri sera, di partire di buon’ora insieme stamane qui da via Centopedoni verso la stazione dei treni. E lei sta molto più disfatta di me, non vuol saperne nemmeno di restare in posizione eretta, le scoppia la testa e ha la faccia da vomito. Con Elio ci sentiremo dopo, capisco in una dozzina di secondi che la mia ultima chance è già partita anche se poco prima, solo un’ora fa, ma comunque già partita. Ricordo a me stesso che per fare qualcosa devi crederci veramente, meno è popolare e più devi crederci senza lasciarla in pasto al caso o farla soccombere nell’inerzia del quotidiano.

Torno in cucina, metto l’acqua sul fuoco per una tisana al carciofo estemporanea ma che il mio fegato mi ha esplicitamente richiesto e mi siedo accanto alla radio accesa. Mandano l’interrogazione a Fournier, il questore pentito, mi catapulto in camera dove dorme ancora l’ospite precario di turno e prendo la cassettina ancora imballata. Perdo solo le prime battute dell’intervento, la sostanza è tutta qui nella cassettina. Entro nel vivo del merito della questione di oggi, nei contenuti della manifestazione. L’atmosfera si sta propagando per la casa. Dopo Fournier Radio Città manda lo storico pezzo dell’irruzione in diretta al Media Center registrato ai microfoni di Radio Gap, e io ovviamente continuo a tenere in REC la cassetta anche se ce l’ho già in tanti altri formati più moderni questa registrazione, ma repetita iuvant come sa bene chi riempie ogni giorno le testoline nostre di informazioni inutili. E poi la cassetta sa di antico, sa di movimento, di nostalgia, evoca tempi che furono mai vissuti e da cui provengono queste idee che stiamo vivendo oggi.

In questo mentre appare Claudio, che vede la scena di me seduto curvo accanto alla radio e sente i microfoni concitati degli attivisti radiofonici del duemilauno che stanno per essere invasi dai manganelli. Capisco che la posizione in cui mi trovo può dare adito a fraintendimenti e mi gioco la carta abbastanza sicura che lui non abbia mai sentito questo storico pezzo, o magari l’ha cancellato dalla mente perché non se l’è riascoltato ossessivamente cento-mille-diecimila volte come me in questi anni.

Parte la commedia:

–         Che cos’è? La radiocronaca da Genova?

–         Sì

“…ci dicono che siamo staccati…uno sgombero in diretta qui a radiogap…”

–         Radio Kappa?

–         Radio Gap

“…non ci devono fare niente, non abbiamo nulla da nascondere…no, non siamo staccati…”

–         O madonna di nuovo, sta di nuovo succedendo casino?

Non dico niente, Claudio sbianca mentre si prepara il caffè, io gongolo in silenzio.

“…mandate dappertutto la notizia, tutti devono sapere cosa sta facendo questo stato criminale…”

Mi basta pensare a quello che dicono per restare serio e continuare la mia messinscena. Ho pensato spesso a cosa abbia provato chi ha sentito in diretta quel pezzo, dato che io l’ho sentito dopo, quando era già storia perché in quel momento ero a Brignole buttato a terra ad aspettare il treno del ritorno a Bologna. Ora lo sto vedendo, Claudio è veramente turbato.

“…ecco ci sono, stanno per sfondare…mani in alto e spalle al muro, non abbiamo nulla da nascondere, uno sgombero in diretta a radiogap……ssshhh…”

Bene, questa era la registrazione dell’irruzione alla scuola Diaz del ventuno luglio duemilauno

–         Ma vaffanculoooo!!!

Gianluca Ricciato

 

 

Pubblicato in Scrivi la città n. 2 – I racconti di Arcireport

marzo 2008

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